Grande Torino: storia, mito e tragedia di una squadra che ha cambiato il calcio italiano e lasciato un segno indelebile nel Paese

Il Grande Torino non è solo una delle storie più belle del calcio italiano. È qualcosa di più difficile da inquadrare — un fenomeno che ha attraversato la storia del Paese, si è intrecciato con la guerra, la ricostruzione, il bisogno collettivo di qualcosa in cui credere. Una squadra capace di dominare un’intera epoca, spezzata nel modo più brutale possibile il 4 maggio 1949, sulla collina di Superga. E proprio quella fine improvvisa e assurda ne ha consacrato il mito per sempre.

Torino negli anni ’30 e ’40: la città che generò il mito

Per capire davvero cos’era il Grande Torino, bisogna prima capire la città che lo ha prodotto. Torino nei decenni centrali del Novecento era un organismo in continua trasformazione — industria automobilistica in espansione, classe operaia in crescita, tensioni sociali e ambizioni che si mescolavano in un ambiente urbano unico in Italia.

Il calcio, in quel contesto, smise progressivamente di essere un passatempo per diventare un rito. E il Torino Football Club — allora Associazione Calcio Torino — interpretò quella trasformazione prima e meglio di chiunque altro.

Il punto di svolta fu l’estate del 1939, quando l’industriale Ferruccio Novo assunse la presidenza del club, rilevandolo dall’ingegnere Cuniberti. Non era un presidente qualunque: aveva una visione precisa, mutuata in parte dai modelli inglesi e da quanto la Juventus di Edoardo Agnelli aveva costruito nella prima metà degli anni Trenta. Voleva una società strutturata, con collaboratori competenti e una pianificazione che andasse oltre la singola stagione.

Si circondò subito di figure chiave: gli ex giocatori Antonio Janni, Mario Sperone e Giacinto Ellena, il direttore tecnico Ernest Egri Erbstein — costretto per un lungo periodo a lavorare in incognito a causa delle leggi razziali — e l’allenatore Leslie Lievesley. Il primo acquisto fu Franco Ossola, diciottenne acquistato dal Varese per 55.000 lire su segnalazione di Janni.

Era solo l’inizio. Ma già da quei primi movimenti si capiva che Novo stava costruendo qualcosa di diverso.

Dal “metodo” al “sistema”: la rivoluzione tattica

Il calcio italiano di quegli anni era ancora dominato dal cosiddetto metodo — uno schema più difensivo, con due terzini, un centromediano e il contropiede come arma principale. Era lo stesso sistema che aveva permesso all’Italia di Vittorio Pozzo di vincere i Mondiali del 1934 e del 1938. Funzionava, ma aveva i suoi limiti strutturali.

Il cambiamento della regola del fuorigioco nel 1926 — portato da tre a due il numero di giocatori necessari tra l’attaccante e la porta — aveva già messo in crisi molte squadre e aumentato sensibilmente il numero di gol realizzati nei campionati. Serviva qualcosa di nuovo.

Quell’idea arrivò dall’Inghilterra. Herbert Chapman, allenatore dell’Arsenal negli anni Trenta, aveva sviluppato il cosiddetto sistema WM — uno schema interpretabile come un 3-2-2-3, con tre difensori, uno stopper arretrato, terzini che marcavano le ali avversarie e quattro centrocampisti disposti a quadrato. Più equilibrato, più dinamico, capace di controllare il centrocampo in modo sistematico.

Fu Borel, insieme a Ellena e Copernico, a suggerire a Novo di adottarlo. Il presidente approvò. Arrivò il tecnico ungherese András Kuttik, che sistemò Ellena nel ruolo di centromediano “sistemista” — lo stesso che aveva già ricoperto alla Fiorentina, unica squadra italiana ad averlo sperimentato fino ad allora, seppur con scarso successo.

Il risultato, nei campionati successivi, fu travolgente.

La costruzione del Grande Torino: i giocatori che cambiarono tutto

La stagione 1941-42 si chiuse con un secondo posto — la Roma vinse il campionato. Decisivo in negativo fu un doppio ko contro il Venezia di Loik e Mazzola. Novo ne prese nota. E agì.

Nel 1943 acquistò entrambi per 1.200.000 lire. Valentino Mazzola, regista e uomo-gol, e Ezio Loik, mezzala veloce con grande senso del sacrificio, soprannominato dai tifosi “Elefante” per il suo passo pesante. A loro si aggiunse Giuseppe Grezar, mediano prelevato dalla Triestina per 250.000 lire. Tutti e tre erano già nella Nazionale italiana di Pozzo.

La rosa per la stagione 1942-43 era così composta: i portieri Bodoira e Cavalli; i difensori Ferrini, Ellena, Piacentini e Cassano; a centrocampo Baldi, Gallea, Loik e Mazzola; in attacco Menti, Ferraris II, Gabetto e Ossola. Sulla carta, la squadra da battere. E sul campo lo dimostrò — non senza fatica, però. Il campionato fu un lungo duello con il Livorno, risolto solo all’ultima giornata con un gol di Mazzola a Bari.

Quello scudetto fu il secondo nella storia del club, il primo del ciclo Novo. E arrivò insieme alla Coppa Italia, vinta 4-0 contro il Venezia con una doppietta di Gabetto e reti di Mazzola e Ferraris II. Primo double nella storia del calcio italiano.

La formazione tipo 1942-43

Bodoira — Piacentini, Ferrini — Baldi, Ellena, Grezar — Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris II. Allenatore: Kuttik.

Gli anni della guerra: il calcio continua, anche sotto le bombe

L’Italia era già in guerra dal 10 giugno 1940. Mussolini, convinto che si trattasse di una “guerra lampo”, aveva persino giustificato la scelta di non arruolare i calciatori con una frase diventata celebre: “Servono più sui prati che all’esercito”. Ma la guerra lampo non ci fu, e il calcio dovette adattarsi a un Paese che andava in pezzi.

Nel 1944, con l’Italia spezzata dalla Linea Gotica e il Centro-Nord sotto la Repubblica Sociale Italiana, i campionati andarono avanti per inerzia, organizzati su base regionale. Per evitare la chiamata alle armi, molte squadre inserirono i propri giocatori come operai nelle industrie belliche. I granata trovarono un accordo con la FIAT: nacque così il Torino FIAT, con Mazzola e compagni formalmente inquadrati come lavoratori della casa automobilistica degli Agnelli.

In quella stagione di guerra giocò anche Silvio Piola, centravanti della Lazio rimasto bloccato al Nord dopo l’armistizio. La squadra dominò il proprio girone — sconfisse il Genoa 7-1, l’Alessandria 7-0, il Novara 8-2, la Juventus 5-0 — ma perse la finale con il 42° Corpo VVFF di La Spezia per 2-1, anche a causa di una trasferta estenuante a Trieste nei giorni precedenti. Il titolo di “campione di guerra” andò agli spezzini, ma la FIGC della RSI chiarì che il Torino restava campione in carica, dato che un campionato nazionale vero e proprio non aveva avuto luogo.

Cinque scudetti: il dominio assoluto del dopoguerra

Con la fine della guerra, il campionato riprese. E il Torino di Novo tornò a essere quello di prima — anzi, più forte. L’estate del 1945 portò alla rosa elementi decisivi: il portiere Valerio Bacigalupo dal Savona, il terzino Aldo Ballarin dalla Triestina, il terzino Virgilio Maroso dall’Alessandria, il centromediano Mario Rigamonti dal Brescia e il laterale Eusebio Castigliano dallo Spezia.

Era la squadra definitiva. Quella che avrebbe dominato il calcio italiano per quattro stagioni consecutive.

1945-46: il terzo scudetto

Il campionato riprese con una formula ibrida, diviso per ragioni logistiche in gironi territoriali. Il Torino vinse il suo con tre punti di vantaggio sull’Inter e conquistò il titolo all’ultima giornata battendo la Pro Livorno 9-1, mentre la Juventus pareggiava a Napoli. Era il terzo scudetto della storia granata.

In quella stagione nacque anche il leggendario quarto d’ora granata. Un momento della partita — spesso attivato da tre squilli di tromba suonati da Oreste Bolmida, tifoso ferroviere sulle tribune del Filadelfia — in cui Mazzola si rimboccava le maniche e la squadra cambiava completamente marcia. La più celebre espressione di questa capacità rimase il 7-0 alla Roma del 28 aprile 1946, con sei reti in quattordici minuti.

1946-47: 104 gol e quindici partite utili di fila

Il campionato successivo fu ancora più dominante. Nella seconda parte del torneo il Torino inanellò sedici risultati utili consecutivi, di cui quattordici vittorie. L’attacco concluse con 104 gol, quasi tre a partita di media. Mazzola finì capocannoniere con 29 reti.

Era un calcio diverso. Non solo vincente — anche bello, spettacolare, quasi irrazionale nei numeri. La Nazionale se ne accorse: il 11 maggio 1947, nella partita contro l’Ungheria, scesero in campo dieci giocatori del Torino su undici. L’unico esterno era il portiere bianconero Sentimenti IV, al posto di Bacigalupo. Fu la partita con il maggior numero di giocatori della stessa squadra di club mai schierati contemporaneamente dalla Nazionale italiana.

1947-48: il campionato dei record

La Serie A 1947-48 fu la stagione più lunga della storia del calcio italiano fino ad allora — quaranta giornate, ventuno squadre, a causa del ripescaggio “patriottico” della Triestina dalla Serie B per ragioni geopolitiche legate alla questione di Trieste. Il Torino finì con 29 vittorie su 40 partite, 125 gol segnati — miglior attacco con cinquanta reti in più del Milan secondo — e soli 33 subiti. Il vantaggio finale sulla seconda classificata fu di sedici punti.

Tra i record di quella stagione: la vittoria 10-0 sull’Alessandria, ancora oggi il miglior risultato nella storia della Serie A a girone unico. E il clamoroso ribaltamento del 4-3 sulla Lazio, da 0-3 a 4-3 in trenta minuti, con doppietta di Castigliano, rete di Gabetto e gol del capitano Mazzola.

A campionato concluso — con il turno di riposo caduto proprio nell’ultima domenica — la squadra partì per una tournée in Brasile, affrontando Palmeiras, Corinthians, Portuguesa e San Paolo.

1948-49: l’ultimo campionato

Il Torino si presentò all’ultima stagione sostanzialmente identico nelle sue componenti principali. Guidato da Leslie Lievesley in panchina e da Erbstein come direttore tecnico, dominò il girone d’andata chiudendolo in testa a pari merito col Genoa. Il 30 aprile 1949, allo scontro diretto con l’Inter a Milano, bastò lo 0-0 per mettere un’ipoteca decisiva sul quinto titolo consecutivo. Bacigalupo fu straordinario in porta. Era l’ultima partita di campionato.

Due giorni dopo, il 1° maggio, la squadra partì per il Portogallo.

Benfica-Torino, l’ultima partita: come ci finirono a Lisbona

La storia dell’amichevole col Benfica comincia a Genova, il 27 febbraio 1949. Italia e Portogallo si affrontano in Nazionale — finisce 4-1 per gli azzurri. Nei festeggiamenti del dopo-partita, il capitano portoghese Francisco Ferreira e Mazzola si parlano a lungo. Nasce una simpatia reciproca.

Ferreira era il capitano storico del Benfica. I tifosi portoghesi volevano rendergli omaggio con una partita speciale — non un addio al calcio, come lui stesso precisò in un’intervista a tre giorni dall’evento, ma una celebrazione. Il comitato organizzativo decise di invitare il Torino. L’invito fu accettato.

Non partirono tutti. Il difensore Sauro Tomà era bloccato a Torino per un infortunio. Il secondo portiere Renato Gandolfi fu escluso all’ultimo momento — Aldo Ballarin aveva convinto Novo a portare invece il fratello Dino, terzo portiere. Il presidente Novo e il consigliere Copernico rimasero a Torino. Con la squadra viaggiarono i dirigenti Agnisetta e Civalleri, lo staff tecnico con Lievesley, Erbstein e il massaggiatore Ottavio Cortina, e tre giornalisti: Renato Casalbore di Tuttosport, Renato Tosatti della Gazzetta del Popolo e Luigi Cavallero de La Stampa.

Il 3 maggio 1949, allo Stadio Nazionale di Lisbona, davanti a quarantamila spettatori, il Torino scese in campo con Bacigalupo, Aldo Ballarin, Martelli, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola e Ossola. La partita finì 4-3 per il Benfica — Ossola aveva aperto le marcature al 9′, poi i portoghesi rimontarono e chiusero i conti. Nel finale, un rigore di Menti fissò il punteggio definitivo.

Dopo la partita, le due squadre cenarono insieme al Ristorante Alvalade di Campo Grande. Il giorno dopo, 4 maggio, la squadra ripartì per Torino.

Superga, 4 maggio 1949: trentuno persone, nessun sopravvissuto

Il trimotore Fiat G.212 delle Avio Linee Italiane trovò nebbia fitta sulle colline torinesi. Alle 17:03, fuori rotta e con l’altimetro che non funzionava correttamente, l’aereo si schiantò contro il muraglione di sostegno del giardino sul retro della Basilica di Superga.

Tutte le trentuno persone a bordo morirono nell’impatto. Giocatori, staff tecnico, dirigenti, giornalisti, equipaggio — nessuno si salvò. Il giorno dei funerali, quasi un milione di persone scese in piazza a Torino.

C’erano chi si salvò per un soffio. Sauro Tomà, rimasto a casa per l’infortunio. Il secondo portiere Gandolfi, escluso all’ultimo. Vittorio Pozzo, che aveva preferito andare a Londra per la finale di FA Cup dopo le tensioni con Novo. E Nicolò Carosio, la voce più celebre del calcio italiano, che aveva un posto confermato sul volo ma dovette rinunciare per la cresima del figlio.

Il Torino completò il campionato schierando la formazione giovanile. Le squadre avversarie — Genoa, Palermo, Sampdoria e Fiorentina — risposero mandando in campo i propri ragazzi, in un gesto di rispetto collettivo senza precedenti. Il quinto scudetto fu assegnato dal presidente della Federcalcio Ottorino Barassi.

Nel 2015 la FIFA ha proclamato il 4 maggio “Giornata mondiale del calcio” in ricordo della tragedia di Superga.

Chi erano davvero i giocatori del Grande Torino

La forza della squadra Grande Torino non era solo tecnica. Era una coesione rara, costruita nel tempo attraverso anni di lavoro comune e identità condivisa. Ma i singoli meritano di essere ricordati per nome.

Valentino Mazzola era il cuore pulsante — 10 presenze in Nazionale nel ciclo granata, 3 gol, carisma senza pari. Intorno a lui: Aldo Ballarin terzino affidabile con 9 presenze in azzurro, Ezio Loik mezzala tecnica con 7 presenze, Romeo Menti ala veloce con 7 presenze e 5 gol in Nazionale. E poi Valerio Bacigalupo in porta, Giuseppe Grezar mediano, Virgilio Maroso e Mario Rigamonti in difesa, Guglielmo Gabetto centravanti con 5 gol in Nazionale, Franco Ossola, Eusebio Castigliano.

Tutti quanti, insieme allo staff tecnico e ai giornalisti al seguito, persero la vita il 4 maggio 1949. I loro nomi sono incisi nella memoria collettiva del calcio italiano — e non solo.

Record e statistiche: numeri che ancora oggi fanno effetto

Cinque scudetti consecutivi, una Coppa Italia, il primo double della storia del calcio italiano nella stagione 1942-43. Ma i numeri del Grande Torino calcio vanno oltre i titoli.

  • 88 partite casalinghe consecutive senza sconfitta tra il 1943 e il 1949, alcune disputate dopo Superga nella stagione 1949-50
  • 125 gol segnati nella stagione 1947-48 — record assoluto di marcature in un singolo campionato
  • 10-0 all’Alessandria nel 1947-48 — miglior vittoria nella storia della Serie A a girone unico
  • 16 punti di vantaggio sulla seconda classificata a fine campionato 1947-48
  • 29 vittorie su 40 partite nella stagione 1947-48, con una media di 3,12 gol a partita

Numeri che, ancora oggi, nessuna squadra italiana ha avvicinato in modo paragonabile su un arco di cinque stagioni consecutive.

Il campionato italiano continua a essere analizzato attraverso statistiche, rendimento e trend stagionali, elementi fondamentali anche per chi segue i pronostici Serie A, oggi sempre più basati su dati, stato di forma e analisi tattiche approfondite.

L’eredità: perché il Grande Torino è ancora rilevante

Il mito del Grande Torino si è consolidato negli anni attraverso cerimonie, documentari, film e miniserie. Nel 1952 uscì il documentario “Gli undici moschettieri” di De Concini e Saraceni. Nel 2005 la RAI produsse la miniserie “Il Grande Torino” per la regia di Claudio Bonivento. E il 4 maggio, ogni anno, la collina di Superga si riempie di persone che salgono fin lì per ricordare.

C’è anche un legame meno noto ma autentico: il River Plate di Buenos Aires, il cui presidente Antonio Liberti organizzò il 26 maggio 1949 la partita del “Torino Simbolo” — una selezione di campioni italiani di Juventus, Milan, Inter, Novara e Fiorentina che indossò la maglia granata contro gli argentini. Finì 2-2. L’incasso andò alle famiglie dei caduti. L’amicizia tra i due club è rimasta viva fino ad oggi.

Il Grande Torino ha lasciato qualcosa di difficile da quantificare. Non solo una rivoluzione tattica o dei record statistici — ha lasciato un’etica del gioco collettivo, un’idea di come uno sport possa diventare qualcosa di condiviso, quasi civico. E quella perdita improvvisa sul colle di Superga, quell’interruzione brutale di una traiettoria che sembrava inarrestabile, ne ha fatto qualcosa che va oltre la storia calcistica.

Un simbolo. Ancora oggi.

Domande Frequenti

In che anno è morto il Grande Torino?

La tragedia avvenne il 4 maggio 1949, quando il trimotore Fiat G.212 si schiantò contro la Basilica di Superga durante il volo di ritorno da Lisbona. Tutte le trentuno persone a bordo — giocatori, staff, giornalisti ed equipaggio — persero la vita nell’impatto.

Chi si è salvato dalla tragedia di Superga?

Non ci fu nessun sopravvissuto tra le persone a bordo. Tra coloro che si salvarono perché non erano sul volo: il difensore Sauro Tomà, rimasto a Torino per un infortunio; il portiere Renato Gandolfi, escluso dalla trasferta all’ultimo momento; il giornalista Vittorio Pozzo, che aveva preferito seguire la finale di FA Cup a Londra; e il radiocronista Nicolò Carosio, che rinunciò al posto confermato sul volo a causa della cresima del figlio.

Perché è caduto l’aereo a Superga?

Le cause ufficiali indicano una combinazione di nebbia fitta che avvolgeva le colline torinesi e il malfunzionamento dell’altimetro di bordo. L’aereo si trovava fuori rotta per la scarsa visibilità e colpì il muraglione di sostegno del giardino sul retro della Basilica alle ore 17:03 del 4 maggio 1949. Le dinamiche esatte non sono mai state chiarite del tutto.

Chi erano i calciatori del Grande Torino?

La formazione del Grande Torino nell’ultima stagione comprendeva Valerio Bacigalupo, Aldo e Dino Ballarin, Emile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti e Julius Schubert. Con loro perirono i tecnici Ernest Egri Erbstein e Leslie Lievesley, il massaggiatore Ottavio Cortina, i dirigenti e i giornalisti al seguito.

A picture of starting eleven of Grande Torino football team died in Superga tragedy and a banner reading ‘Your legend will never be forgotten. Honor the invincibles’ are seen at stadio Filadelfia. On May 4, 1949, an airplane carrying the Grande Torino football team from Lisbon to Turin crashed into a wall of the Basilica of Superga over a hill near Turin killing members of the team. The 71th Annual commemoration of the Superga tragedy is celebrated respecting restrictions imposed by Italian government due COVID-19 coronavirus crisis.

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